Zanzibar. Pro poor tourism

Nel Report 2011 di Acra,  tutto dedicato alle donne, si legge: <<Per una realtà come Acra, che opera nelle aree rurali più marginali del pianeta, a contatto con le povertà estreme, che si misura con la complessità della sopravvivenza quotidiana, con la difficoltà di garantire i beni primari come acqua e cibo, lavorare a fianco delle donne è un dovere. 
Spesso, gli investimenti stranieri nel settore turistico sono massicci, ma non altrettanto lo sono i benefici sulla popolazione>>.

Come a Zanzibar, un caso esemplare.

<<Qui l’economia dipende fortemente dal turismo internazionale. Ciononostante, le comunità rurali e i giovani in particolare, sono sempre più esclusi dai profitti del turismo, mentre risentono dei suoi impatti negativi sulla cultura locale e sull’ambiente; lo sviluppo turistico, inoltre,  sta via via limitando l’accesso della popolazione alle risorse naturali creando problemi di insicurezza alimentare.  In più, qui come altrove alla popolazione locale mancano le competenze per trovare impiego nel settore turistico, così come per dedicarsi ad iniziative imprenditoriali legate all’indotto del turismo>>.  

Di fronte a queste necessità, Acra si è attivata, prima di tutto sviluppando nella popolazione locale una maggiore coscienza ambientale, attraverso corsi nelle scuole e il rafforzamento delle organizzazioni comunitarie impegnate nella gestione ambientale, affrontando particolarmente il problema dello smaltimento dei rifiuti solidi. Ed in secondo luogo indirizzando vantaggiosamente il turismo comunitario.

Che cosa può fare un progetto.

Pro Poor Tourism, è un progetto  implementato da Acra e Changamoto LPF e cofinanziato dalla EU in 3paesi.  Anche a Zanzibar le attività collegate al turismo sono state sia di formazione per lavorare negli alberghi, sia di organizzazione di attività collegate all’artigianato e alla produzione di prodotti locali, sia collegati ad altri ambiti come l’educazione ambientale.

E le donne, coinvolte nei comitati di gestione dell’acqua e nelle associazioni per promuovere l’imprenditoria femminile, sono state circa il 60% per le piccole imprese, una cinquantina per l’ambiente e 150 nel settore alberghiero.

Sviluppare un progetto.

Nei paesi in cui il turismo è un fatto o una possibilità, ma non una fonte di guadagno dellapopolazione, gli operatori della cooperazione cercano modi per renderlo sostenibile.


Come Alessia Lombardo, che lavora da dodici anni a Zanzibar, ed ora, per la Ong Acra, sta coordinando il progetto Pro Poor Tourism.

Per chi studia il turismo responsabile, per chi fa progetti di lavoro con le donne, di certo c’è molto da imparare dalla sua esperienza. E questa è la sua intevista. 
 

Il Progetto giorno per giorno
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Come è nato il progetto Proo poor tourism nel vostro caso?
Il punto a cui siamo arrivati ora nasce da una prima fase di tre anni, implementata a Zanzibar, Ecuador, Burquina. L’idea era di dare supporto a piccole imprese cercando di legarle al turismo, supportare giovani con la formazione nel settore alberghiero e nell’amministrazione, creare contatti con le comunità e i partner locali, creare un’agenzia che facesse da ponte tra domanda ed offerta di lavoro.

Quante persone sono state coinvolte?
Tre scuole hanno partecipato alla formazione nel settore alberghiero, dal management all’house keeping alla cucina, con circa 350 studenti all’anno, di cui la metà circa sono donne, sia in corsi brevi che in diploma. Sono donne anche la metà degli occupati delle piccole imprese sostenute dall’altra parte del progetto,  selezionate da uno studio di mercato tra quelle già attive. Chi alleva polli e chi fa batik, chi intreccia fibre e chi produce miele, per rivenderlo nelle botteghe locali, sui mercati.

Un’altra parte del progetto ha coinvolto direttamente i Resort esistenti, con corsi per la gestione dei rifiuti, o con una ricerca sulle figure professionali richieste. E infine un’altra parte di lavoro è stata relativa al progetto Acqua, per cui abbiamo lavorato sulle infrastrutture e sulle attività generatrici di reddito, con piccole imprese di stampo agricolo, per coltivare pomodori o zucchine, o per fare marmellate o altri prodotti.

Per  fare tutto ciò avete lavorato con le autorità?
Sono stati coinvolti il Ministero del lavoro, dell’educazione, del turismo, dell’ambiente. Tutto lavorando in sette aree dette Shehìa, con sette capi villaggio e organizzatori locali. Si fanno lezioni nelle scuole su conservazione marina, su gestione rifiuti, si coinvolge la gente nel Festival “Clean up” in cui si puliscono strade e spiagge. C’è anche un camion che gira nei villaggi per avvertire i giovani degli appuntamenti per la formazione.

Come hanno aderito le donne?
Molte  artigiane facevano già parte di piccole imprese e  hanno fatto corsi di inglese, matematica, tecnici. Quelle che ora lavorano nel settore alberghiero hanno imparato food preparation, front desk, informatica, house keeping.  Tutte fanno corsi su come cercare lavoro, sulla salute per prevenire Aids, e altro.
Con le donne anziane è più difficile lavorare, perché non capiscono l’inglese e hanno difficoltà a lasciare la casa, ma nello stesso tempo proprio loro sono le più preziose, perché trasmettono la conoscenza dei vecchi mestieri.

Come avete dato forza agli artigiani?

Formando Asylia, la prima cooperativa nata a Zanzibar unendo gli artigiani delle sette Sheia, tutti con l’intento, come dice il suo nome, di divulgare le tradizioni: è formata da 353 persone, da 24 gruppi di artigiani locali (al 71% donne).

Come avete deciso cosa fabbricare?

Alcune imprese sono state selezionate perché fabbricavano già prodotti che piacevano ai turisti. Abbiamo fatto uno studio di fattibilità sui prodotti artigianali, sia per la domanda locale sia per le vendite agli stranieri. Abbiamo scelto i prodotti artigianali “veri”, da sostituire ai finti prodotti tipici, che in realtà sono importati . Per esempio, i turisti comprano negli hotel le barchine con le spezie che in realtà arrivano dall’India, ma non sanno che è molto più interessante comprare al mercato la corteccia della cannella.

Come creare accesso ai prodotti locali?
Per oggetti tipici come cuscini fatti a mano, sandali, tessuti, piccoli oggetti di terracotta, intarsi di legno esiste un marchio “made in Zanzibar”. Sarebbe molto interessante inserire la coop Asylia in questo marchio.  L’ultima novità è il corso con cui le donne che fanno i tappeti di corda di cocco imparano a colorare i tessuti e inventare  nuovi disegni.

Il bello del tuo lavoro?

Amo il mio lavoro non solo perchè ormai la mia vita e la mia famiglia sono qui, ma soprattutto perché è un lavoro di cui vedo  i risultati tangibili, direttamente con le persone. Per esempio, con le donne, quando parliamo di piccole imprese parliamo di imprese veramente micro, hai soddisfazione quando il loro guadagno aumenta e tutto funziona.

Quello che il visitatore non deve perdere?
La grande bottega di Asylia, nel centro turistico di Nungwi: qui ben 13 gruppi di artigiani e artisti portano da ogni zona tappeti, terracotta, cesti, batik, borse, vestiti. Oppure, in tre diverse aree, tanti squisiti tipi di pane, cucinato dalle donne che già lo vendevano, ma in più hanno fatto un corso di “bakery”, si sono specializzate e sono state supportate mettendo il forno nel centro del villaggio: ora i loro pani sono richiestissimi.

La soddisfazione maggiore?
Veder partire per l’Uganda due rappresentanti delle artigiane, per la grande fiera dell’artigianato africano Jua Kali Nguvu Kazi: tremanti, ma orgogliose di essere state chiamate alla celebre  “East african fair trade”.

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